Sul tetto degli stipendi e le sue ricadute

Sul tetto degli stipendi e le sue ricadute

Comunicati Stampa, Lavoro

A distanza di un anno e mezzo dal referendum del 15 maggio 2016, quello che ha introdotto il tetto indistinto di 100.000 euro lordi l’anno, si sono con tutta evidenza palesati gravi problemi.

Il quesito recitava: “Volete che la retribuzione del personale dipendente dello Stato, di Enti Statali o comunque a partecipazione statale, Aziende Autonome di Stato, Istituto per la Sicurezza Sociale, Tribunale Unico, Banca Centrale della Repubblica, comprese le posizioni apicali di tali Enti, non superi euro centomila annui lordi, comprese indennità e consulenze?”

I problemi più importanti sono tre.

Il primo problema è che imporre un tetto di 100.000 euro lordi, che si traduce in circa 60.0000 euro netti in busta paga, da applicarsi in tutti i settori indicati nel quesito, rende impossibile competere con le retribuzioni erogate in Italia e altrove, in relazione a certe tipologie professionali.

A titolo di esempio, in ambito sanitario questo limite è uno dei motivi alla base della grande difficoltà di assumere medici qualificati. Parimenti, in ambito bancario finanziario, si finisce per retribuire le funzioni apicali, di notevole responsabilità e delicatezza, con stipendi più o meno della stessa misura rispetto a figure con inquadramenti a livello più basso. Le stesse considerazioni valgono anche per il Tribunale.

In tutti i casi, comunque – con riferimento alla qualità complessiva del nostro sistema pubblico – la conseguenza è il progressivo impoverimento delle professionalità e della qualità delle prestazioni.

Il secondo problema è dato dal fatto che si creano disparità retributive discriminatorie e difficilmente giustificabili fra figure che svolgono le medesime prestazioni professionali.
Ciò significa che ruoli professionali nel medesimo ambito lavorativo hanno – in alcuni casi – riconoscimenti economici dalle differenze abnormi.
In Banca Centrale, per esempio, si è verificata la grottesca situazione per cui il direttore generale ha percepito (e percepirà) uno stipendio 4\5 volte inferiore al proprio vice-direttore. E’ evidente che tale situazione, oltre ad essere iniqua, danneggia gravemente la credibilità complessiva del sistema pubblico sammarinese.

Il terzo problema è dato dal fatto che applicando tale tetto, si prescinde completamente da valutazioni di merito secondo cui le retribuzioni vanno commisurate ai titoli, alle capacità, alle responsabilità attinenti al ruolo professionale ricoperto e ai risultati raggiunti.
Questo principio dovrebbe valere, peraltro, non solo per retribuzioni lorde potenzialmente superiori ai 100.000 euro ma anche a quelle inferiori.

A distanza di 1 anno e mezzo dallo svolgimento del referendum sono ormai evidenti gravi problemi, di sicuro non adeguatemene valutati all’epoca del suo svolgimento, anche in considerazione della complessità della materia trattata.

Repubblica Futura ritiene che sarebbe un atto di responsabilità verso il Paese predisporre interventi legislativi, nel sostanziale rispetto delle normative vigenti, per ovviare ai gravi inconvenienti palesati.

Certamente va fatto salvo il principio di calmierare le retribuzioni nell’ambito del sistema statale pubblico, nelle sue varie articolazioni, ma con un approccio più mirato ed evitando di implementare problemi che vanno a danno di tutti i sammarinesi.

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