Cronaca di un fallimento annunciato

Cronaca di un fallimento annunciato

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Come molti ricorderanno, durante una seduta notturna del Consiglio Grande e Generale dei primi di settembre, venne alla luce – con un parto sofferto – la crisi di governo in nome di un tavolo istituzionale che doveva mettere “tutti sullo stesso piano” e varare un salvifico bilancio di previsione 2020, insieme a luminose condivisioni sulle grandi riforme mai fatte.

Repubblica Futura fu l’unica forza politica ad esprimere perplessità, dettate soprattutto dal buonsenso. Agli elettricisti intenti a staccare la spina al Governo, abbagliati dalla prospettiva di folgoranti opportunità personali, inutilmente facemmo presente che stare seduti a un tavolone infinito per disquisire di bilanci e mirabolanti riforme nel bel mezzo di una campagna elettorale, senza Governo né Consiglio, non aveva molto senso salvo quello del ridicolo.

Dinanzi alle granitiche quanto interessate certezze dei “cambiatori” di passo, assecondati dalle forze di opposizione che declamavano la propria fede incrollabile in questo percorso catartico per le sorti del Paese, Repubblica Futura ha comunque dato il proprio contributo a questa scelta “virtuosa” e ha partecipato a tutti gli incontri del tavolone istituzionale. 

Come la cronaca ha ben raccontato, e per Repubblica Futura non è stata certo una sorpresa, il tavolone ha ben presto palesato i suoi enormi limiti ad iniziare dalle reiterate dichiarazioni delle categorie economiche e delle parti sociali in merito all’inconcludenza e alla povertà dei contenuti. Prima sono venute a mancare le grandi riforme, di cui non si è mai parlato; poi, dalla faticosa elaborazione di un’idea di bilancio preventivo per il 2020, è ben presto scomparsa ogni ipotesi di interventi strutturali sulla spesa pubblica, ogni elemento di sviluppo, ogni plausibile soluzione di ricorso a finanziamenti per il bilancio pubblico e ogni minimo intervento per la messa in sicurezza del sistema bancario, soprattutto in relazione ai famigerati NPL. La conclusione è stata un bel buco di bilancio di 28 milioni di euro, che diversi partecipanti al tavolone reputano in realtà molto più alto. Bilancio approvato in aula solo con 22 voti, nel quasi completo disinteresse di Civico 10 – presente con un paio di consiglieri su nove – in un’aula comunque semivuota. Addirittura sul varo di un altro tavolone nella prossima legislatura – quello chiamato “quadripartito” –hanno votato a favore 16 consiglieri su 58 aventi diritto.

Un fallimento completo, come testimoniano brutalmente anche i comunicati di Anis e Usot.

Un fallimento completo ma, come ci dicono da LIBERA, c’è stato un confronto aperto e ci si è parlati molto. Che bella consolazione!

Ma tutto ciò è avvenuto a prezzo di una delle più confuse e strampalate crisi di governo di ogni tempo e di una serie di forzature della logica e degli assetti istituzionali del Paese, come molti consiglieri della stessa opposizione hanno messo in luce nell’ultima seduta consiliare.

Non solo. Sull’altare di accordi sopra e sotto il tavolone, si è pensato bene di arrecare anche un danno di non poco conto al Tribunale. 

Dalle dichiarazioni “a schiena dritta” di Civico10 e di quello che rimane di SSD, improntate al sì granitico “senza se e senza ma” sulla presa d’atto del concorso per il reclutamento di due nuovi magistrati d’appello, più che mai necessari anche per celebrare il secondo grado del processo Mazzini, si è passati magicamente al “prendiamo atto delle ragioni tecniche a tutela delle istituzioni”, seppure mai svelate e in aperto contrasto con le deliberazioni della Reggenza precedente e con un paio di leggi che evidentemente sono figlie di un ordine costituzionale minore.

Pacta Sunt Servanda dicevano gli antichi e ciò vale anche per i futuri ansiosi alleati di governo e quindi bando alla coerenza e alla decenza politica di chi si definisce LIBERA. Una semplice presa d’atto di un percorso amministrativo, su cui i partiti non dovrebbero mettere becco, si è trasformato in una questione politica della quale, come per il processo Mazzini, si occuperà (come?) il prossimo Governo. 

Da questo colossale fallimento nascerà comunque qualcosa: il ritorno al passato, che molti chiamano “restaurazione”, officiato dall’asse DC-RETE.

 

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