Rappresentanza di genere: ma di cosa stiamo parlando?

Rappresentanza di genere: ma di cosa stiamo parlando?

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I trattati internazionali e le dichiarazioni universali sui diritti umani sanciscono diritti inalienabili della persona, godono di unanime consenso e sono adottati come ispiratori delle giurisprudenze. Fra questi, una sezione importante è quella dedicata ai diritti delle donne per il raggiungimento della parità di genere.

La comunità internazionale si appresta a celebrare, in questo 2020, il 25° anniversario dell’adozione della Piattaforma di Pechino e il 20° anniversario della risoluzione ONU sulle donne, la pace e la sicurezza. Con la loro adozione i Paesi si impegnano a rispettarne i principi, non soltanto perché vincolanti, ma perché sottendono a tutele della dignità umana, a garanzia di equità e democrazia.

Qui non è in discussione il fatto che imporre per legge una quota obbligatoria di partecipazione di genere sia il modo migliore per favorire una effettiva parità e dunque una evoluzione culturale in tal senso. Qui è in gioco l’effettivo rispetto delle regole che anche il nostro Paese ha deciso di darsi.

Si noti ad esempio come, quando queste regole non esistono, il risultato è che il numero delle donne nell’Esecutivo continua a restare basso, soltanto una su dieci, e scarso continua ad essere anche nelle posizioni apicali delle Istituzioni.

Per non dire del fatto che anche una delega cruciale, come quella alle pari opportunità, contrariamente agli stessi indirizzi internazionali, viene gestita come semplice bilanciamento di potere ed assegnata a caso, senza considerare le personali inclinazioni e destinata probabilmente a determinare politiche di scarso successo.

Laddove, poi, il vincolo esiste, il risultato è ancora più paradossale e fonte di imbarazzo e non raggiunge certo l’obiettivo della piena realizzazione di un diritto quale volano per una crescita sociale o morale. Così è stato, recentemente, per la rappresentanza di genere (femminile) nella delegazione OSCE, dove i delegati nominati erano, in un primo momento e contrariamente al Regolamento, tre uomini. La gestione dell’increscioso incidente, poi, è stata peggiore dell’incidente stesso. Nessuno dei nominati ha voluto fare un passo indietro e si è dovuto ricorrere ad una piega del regolamento che consente la nomina di un ulteriore membro – cosa mai verificatasi per San Marino – identificato appunto in una donna.

Il principio dunque è fallito: nessuna crescita, nessuna educazione, nessun valore ma solo adempimento ad un obbligo.

E purtroppo il fallimento della funzione educativa delle regole internazionali in terra nostrana prosegue anche in altre sedi. Prosegue quando in Consiglio d’Europa viene sospesa l’assegnazione delle credenziali perché la delegazione non è composta, come dovrebbe, da un uguale numero di rappresentanti di genere. E anche in questo caso le giustificazioni creano più imbarazzo dell’avvenimento stesso.

Il capodelegazione ha affermato che attraverso San Marino si sono voluti colpire paesi più grandi, che i principi statistici non possono essere applicati ad un piccolo Paese,  che i vincoli introdotti dal Consiglio di Europa corrispondano a cieca ideologia… Non ci è dato di sapere quale complicata legge statistica impedisca ad una delegazione di nominare due membri uomini e due donne, ma non crediamo che indirizzi internazionali che si ispirano a trattati e dichiarazioni universali dei diritti umani possano essere liquidati e sviliti da un rappresentante istituzionale come dettati da cieca ideologia. Segnaliamo, solo per inciso, come, per la prima volta, la delegazione sammarinese al Consiglio d’Europa veda due membri effettivi nominati dalle fila della maggioranza, cosa che contravviene ad innumerevoli indirizzi del Consiglio stesso e che probabilmente non mancherà di suscitare ulteriori scalpori anche in sede internazionale.

Tutto questo è grave.

E’ sintomo di scarsa sensibilità e di poco rispetto delle istituzioni.

Chiediamo a tutte le donne, ma in particolare a coloro che rivestono incarichi rilevanti nelle istituzioni, di prendere netta posizione sulle dichiarazioni e gli incidenti fino a qui avvenuti, affinché la vergognosa serie si arresti. Ciò che pare evidente è che l’affermazione dei diritti civili e delle più elementari regole del buon senso siano state sacrificate in nome di un’alleanza politica e spartitoria che non sembra avere come obiettivo la crescita sociale del Paese, ma semplici interessi personalistici.

Crediamo che San Marino meriti di più di questi pasticci, anche e soprattutto quando essi vengono consumati sulla ribalta internazionale.

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